Siamo a Bamako, capitale del Mali, paese incastonato tra la Mauritania e l’Algeria, attraversato dalle acque del fiume Niger. Di questi tempi si chiamerebbe noir un romanzo come quello di Moussa Konaté, anche se nello schema ricorda i classici europei del giallo, da Arthur Conan Doyle fino ad Agatha Christie. Certo nell’efficacia d’applicazione di quel sistema deve cedere il passo ai grandi maestri, tuttavia oltre la trama costruita c’è qualcosa che si muove, che si agita manifestatamente, che il lettore non fatica a riconoscere. Non c”è bisogno di grande immaginazione per indovinare quello di cui stiamo parlando, si intuisce sin dalle prime righe del romanzo. È la vita di una grande città africana: sono le tradizioni, i vicoli, i grandi mercati, la fame, la superstizione, la corruzione, il malcontento. Ma è anche una Bamako fatta di professionisti, come il Commissario Habib, di giovani promesse, come l’Ispettore Sosso, e di vecchi saggi “tuttologi”, come Zarka. “C’era proprio un sole canicolare: sebbene fosse ancora lontano dallo zenit, soffocava gli uomini, gli alberi e la terra, tutto il quartiere di Banconi, immensa escrescenza della città Bamako, centinaia di abitazioni in terra coperte da paglia, da brandelli di stuoie, da fogliame, o nel migliore [...]


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