Un esordio tanto banale quanto straordinario quello di Esther Freud. Marrakech, pubblicato in Inghilterra nell’ormai lontano 1992 e tradotto in italiano per la prima volta da Voland solo negli ultimi mesi, è come ogni opera prima la più legata al vissuto dell’autore. E la figlia del pittore Lucian e pronipote di Sigmund non si smentisce raccontando in prima persona il punto di vista di Lucy, bambina di cinque anni che trascorre un lungo periodo in Marocco con la giovane madre e la sorella maggiore Bea in una situazione economica e psicologica liminale. Un’esperienza realmente vissuta dalla scrittrice durante la sua infanzia negli anni Sessanta e che trova nel romanzo una connotazione fortemente autobiografica. Fin qui nulla di anomalo, ma l’essenza straordinaria del breve romanzo della Freud sono le tracce della città di Marrakech delineato come luogo fatto di odori, sensazioni, ricordi sfocati, colori forti, amari e dolci al tempo stesso, che solo dalla inconsapevole consapevolezza dell’infanzia possono generare tanta purezza di visione. Elementi aerei che fungono nella scrittura come un bandolo narrativo sciolto naturalmente e trovano nella forza delle immagini il suo punto nodale. Perché leggendo Marrakech quelle strade, quella geografia, il mercato, la vita quotidiana sono lì davanti ai [...]


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