“Riconoscere alle mamme-casalinghe un contributo mensile attorno ai 500 euro netti per i nuclei famigliari con reddito annuo lordo non superiore ai 20mila euro. Il capitolo di spesa in questione potrebbe essere compensato attraverso l’abolizione del bonus bebè, delle detrazioni fiscali per moglie e figli a carico, degli assegni famigliari. In riferimento a queste ultime due voci ricordo che le stesse spettano soltanto ai lavoratori dipendenti e pensionati. Di contro non sono riconosciuti per i titolari di partita Iva. Pertanto la proposta sposa appieno il significato di equità sociale sostenuto tanto dal Governo quanto dalle parti sociali. Ulteriori risorse economiche, inoltre, possono essere raccolte mediante l’istituzione di una nuova voce nella scelta per la destinazione del cinque per mille dell’Irpef”.
Lo dichiara in una nota Italo Intino, Presidente del Centro Studi organizzativi del Prenestino (CSoP).
“Riconoscere il ruolo delle mamme-casalinghe quale attività lavorativa a tutti gli effetti – sostiene Intino – vuol dire rilanciare anche la figura della donna nella società italiana. In questa prospettiva si possono prendere come esempio il modello tedesco, britannico e francese. In Italia nel 1995 la Corte Costituzionale riconobbe per l’attività casalinga la valenza di attività lavorativa a tutti gli effetti”.
“Stipendiare le mamme-casalinghe – conclude il Presidente del Centro Studi organizzativi – è una forma di investimento ‘sulla famiglia’ intesa come istituzione centrale e rilevante della nostra società”.


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